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Un italiano in una gabbia di 7000 matti

Autore: Riccardo De Angelis
Data: 9 Nov, 2017

Provate a immaginare una qualsiasi squadra italiana alla prima casalinga della stagione. Il palazzo è pieno. Il pubblico è in visibilio assoluto dal riscaldamento alla sirena finale. I giocatori sono concentrati e affamati come se fosse una gara di playoff, solo che si tratta d’una semplice amichevole e l’avversario di turno non è nient’altro che un’anonima formazione di Serie C (Gold o Silver, fate voi).

Pazzesco, vero? Inconcepibile, a dir poco. Eppure nella pallacanestro NCAA esiste una squadra capace di creare un evento simile e che rende calzante il paragone appena fatto. Succede a Grand Canyon University: non un programma di primissimo piano, non da Top 50 della nazione, ma che coltiva grandi ambizioni, dispone di risorse economiche piuttosto ingenti e sta crescendo in maniera molto rapida sotto tutti i punti di vista.

Come ha già scritto qualcun altro: che vi piaccia o no, GCU è la storia più grossa da raccontare quest’anno nel college basket. A renderla ulteriormente interessante per noi italiani, c’è la presenza in squadra d’un connazionale destinato a fare la differenza da quelle parti: Alessandro Lever, ala-centro di 2.09 metri originario di Bolzano e cresciuto nel vivaio della Pallacanestro Reggiana.

L’ordinaria follia di casa GCU

Sono state esattamente 7.118 le persone accorse alla GCU Arena per l’exhibition game fra i Lopes e St. Francis, compagine della NAIA. Coreografie, qualche travestimento improbabile, decibel altissimi, musica dance ignorante (è d’ordinanza) e fervore tangibile: il pubblico è ormai noto per la passione che lo lega alla propria squadra ma quella mostrata venerdì scorso è andata oltre le aspettative.

Qui l’etichetta di “sesto uomo in campo” va ben oltre la mera retorica. Nelle quattro stagioni di Division I vissute fin qui, GCU ha un record totale di 81 vittorie e 46 sconfitte: in casa, il bilancio è 56-18 e addirittura 33-5 nell’arco delle ultime due annate. Passare a Phoenix è roba per pochi.

Quest’anno, con aspettative e speranze alte come mai prima, l’amore del pubblico va ormai completamente di pari passo con un sano, diffusissimo fanatismo. Lo si era già visto durante la Midnight Madness, la serata di presentazione della squadra: «Non saprei proprio come descriverla», ci dice Lever. «Non ci sono parole. È stata la cosa più bella ed emozionante della mia vita. C’erano 7500 persone che facevano un casino pazzesco e che si erano accampate fuori dall’arena tre giorni prima per entrare per primi. È stato fantastico.» Beh, diciamo che una serata in cui il coach si fa calare dall’alto mentre è vestito da pirata non dovrebbe deludere.

 

È ora di fare sul serio

Come mai questo entusiasmo alle stelle? Perché GCU è salita in D-I soltanto nel 2013 e da regolamento ha dovuto aspettare il passare di quattro annate prima di poter prendere parte sia al torneo di conference che alla postseason nazionale. Questa che sta per iniziare è dunque la prima stagione di eleggibilità completa.

L’ambizione ultima è quella di svettare fra le squadre al di fuori delle sei grandi conference e raggiungere lo stesso status di atenei come Gonzaga e Wichita State. Per farlo, ci sono investimenti importanti nelle infrastrutture e un’attività di recruiting che sta estendendo sempre di più il proprio raggio. Per crescere, serve confrontarsi il più possibile con le squadre ai vertici della NCAA e qui il discorso si fa più spinoso. Grand Canyon è infatti l’unica università della D-I con status for-profit e la cosa non va a genio a parecchie persone, in particolare ai rivali di Arizona State che, in estate, hanno presentato un documento d’intesa volto al boicottaggio di GCU da parte della Pac-12. Risultato: undici squadre si sono impegnate a non organizzare partite di non-conference coi Lopes e gli Arizona Wildcats sono gli unici a non aver aderito all’iniziativa.

Ad ogni modo, la squadra messa insieme da Dan Majerle – ex Phoenix Suns e assoluta leggenda locale – punta con decisione al titolo della Western Athletic, che è anche l’unico modo possibile per loro di accedere alla Big Dance, trattandosi d’una delle tante conference non in grado di garantire una at-large bid. I Lopes possono contare su un nucleo esperto e di comprovata affidabilità. I giocatori che li affiancano vanno oltre il semplice contorno. Esperienza, versatilità e profondità: è quasi impossibile trovare difetti veri e propri in questa squadra, oggettivamente una delle mid-major più promettenti di quest’anno.

La coppia di esterni titolari è un po’ il pezzo forte del roster. C’è Casey Benson, senior transfer che ha deciso di rimettersi in gioco a GCU – riabbracciando il fratello TJ, uno degli assistant coach – e che giocava oltre venti minuti di media nella Oregon giunta alle Final Four della scorsa annata. Accanto a lui, un altro senior: Joshua Braun, leading scorer designato (l’anno scorso, 17.5 punti di media tirando col 41.6% da tre con ben 7 tentativi a partita) e indicato da molti come candidato principale al Player of the Year della WAC.

 

Questi sono i due nomi di maggior risonanza. Anche il resto della squadra, però, conta elementi importanti. Su tutti, il junior Gerard Martin, gran difensore e sorta di leader silenzioso. «Tra tutti, è lui il compagno che mi ha più colpito», dice Lever a proposito dell’ala piccola australiana: «È impressionante vedere quanto dia l’anima in quello che fa. Abbiamo fatto dei test fisici di corsa in pre-stagione e pur essendo sui 2 metri per 102 kg era sempre il primo nonostante non sia il nostro miglior atleta.»

Come già detto, la squadra è molto ben attrezzata ma non può dirsi forte di pronostici schiaccianti nella conference: New Mexico State (campione in carica del torneo della WAC), Cal State Bakersfield (vincitrice della regular season) e Utah Valley sono squadre unanimemente accreditate per la corsa al titolo – ma occhio anche a Seattle, possibile mina vagante contro la quale Lever darà vita a un bel derby italiano con Mattia Da Campo e l’amico, nonché collega di reparto, Scott Ulaneo. Ad ogni modo, la poll ufficiale della WAC ha indicato proprio Grand Canyon come principale favorita per la vittoria finale. Motivo d’orgoglio o di pressione? «Secondo me è più che altro motivo di orgoglio, però ovviamente non sarà affatto facile. Ci sono altri college di alto livello nella nostra conference e tutti abbiamo le stesse chance di vincere il torneo. Ovviamente c’è molta pressione perché sappiamo che quest’anno abbiamo una buona squadra per poter competere.»

 

Lever e la European Connection

Quest’anno ci sono quattro freshmen italiani pronti a debuttare in NCAA. Davide Moretti è quello che si confronterà col livello più alto ma dovrà sgomitare per farsi largo nelle rotazioni degli esterni di Texas Tech. Gabriele Stefanini è uno sul cui impatto immediato si può scommettere senza troppe remore ma la sua Columbia avrà davvero un bel daffare per impensierire le formazioni più quotate della Ivy League (Yale, Harvard, Princeton). Andrea Bernardi fa parte d’una squadra, Marist, che negli ultimi anni è sempre rimasta nella parte più bassa della MAAC e che nemmeno quest’anno pare destinata a traguardi importanti. Infine c’è Alessandro Lever: non è solo la matricola italiana con maggiori probabilità di ottenere successi di squadra ma anche quella che, per talento e per contesto generale, sembra nelle migliori condizioni per poter offrire un contributo di rilievo.

«Mi sto adeguando alle richieste del coach e pian piano mi sto ritagliando il mio spazio nella squadra. Ogni volta che si cambia ambiente si riparte da zero e bisogna dimostrare a tutti il proprio valore». Queste le parole riferiteci dal lungo bolzanino poco prima dell’appuntamento con St. Francis, cioè la gara in cui si è presentato al suo nuovo pubblico nel miglior modo possibile, cioè da MVP della partita: 17 punti (6/10 dal campo e 3/5 ai liberi), 7 rimbalzi, 2 assist e 1 stoppata in soli 20 minuti.

 

Certo, l’avversario non era di primissima fascia – l’89-49 finale parla da solo – ma ciò non toglie molto alla bontà delle cose viste sul campo: la gran confidenza con la quale si è preso i suoi catch-and-shoot dalla linea dei tre punti (mettendone due su quattro) sin dall’inizio del match, la visione di gioco al servizio dei compagni (molto bello un alley-oop alzato per la bimane di Oscar Frayer) e anche un canestro attaccando frontalmente dal palleggio, uno dei pezzi meno noti del suo repertorio ma che, se sviluppato a dovere, può solo accrescere il valore offensivo dell’ex Reggio Emilia. Giocatore molto abile nell’attaccare gli spazi lasciati scoperti in area, Lever possiede anche un gioco spalle a canestro discreto (ancora perfezionabile) che però si è notato poco durante l’ultima amichevole. In difesa lo si è visto calcare mattonelle diverse, sia sottocanestro che a ridosso della linea dei tre punti: marcare giocatori di taglia diversa sarà una delle sue sfide personali e lo stesso Majerle ha fatto notare come Lever debba migliorare nel difendere su avversari più piccoli.

 

Lever appare dunque già ben integrato nella squadra e d’altronde per lui le premesse sono state positive sin dal primo approccio con la realtà di GCU: «Già prima degli Europei U18 [quelli di dicembre 2016 in cui vinse il bronzo, ndr] c’erano stati alcuni contatti con qualche college, ma subito la mia scelta si è orientata verso Grand Canyon e Georgia Tech. La decisione definitiva è avvenuta dopo la visita che ho potuto effettuare a febbraio. Quando sono arrivato a Phoenix mi sono sentito immediatamente accolto, come fossi già un componente della squadra! È importante sentirsi come a casa quando questa si trova a 10.000 km di distanza.»

 

Nella partita con St. Francis, Lever è stato schierato nello starting five con un altro freshman europeo, Roberts Blumbergs. Stessa altezza (2.09 metri) e pochi chili in meno rispetto al 4-5 dell’Alto Adige (100 scarsi), il lettone è un’ala che potenzialmente, a livello di college, può essere schierata in tre posizioni diverse (quella di 4 è per lui la più “naturale”), ha mano educata, range di tiro e, in generale, suggerisce d’avere margini di miglioramento davvero interessanti, di quelli che ti possono proiettare verso una carriera professionistica d’alto livello.

I due sono destinati a essere pezzi importanti adesso e fondamentali nel futuro di Grand Canyon. La loro origine europea – e quindi il tipo di basket col quale si sono confrontati finora – sembra creare un’intesa particolare sul campo, come confermato dallo stesso Blumbergs: «In campo ci vengono le stesse idee, ci vediamo l’un l’altro più spesso ma posso andare d’accordo con tutti».

L’utilizzo in contemporanea dei due neoarrivati apre scenari intriganti per GCU, per quanto riguarda le opzioni nel frontcourt: due lunghi mobili, dotati di jumper affidabile, capaci di aprire il campo e con discrete possibilità di adattarsi a situazioni difensive diverse. Naturalmente non potranno essere tutte rose e fiori. Coach Majerle crede moltissimo nei due, vuole farli giocare tanto già da quest’anno ma sa anche che inevitabilmente faticheranno quando ci sarà da incontrare squadre particolarmente fisiche e atletiche: pensiamo in particolare a New Mexico State e CSU Bakersfield nella WAC e a Louisville, Illinois e la St. John’s spara-stoppate di Tariq Owens e Kassoum Yakwe in non-conference.

C’è tanto, tantissimo da lavorare ma sia per Lever che per GCU c’è un futuro promettente cui andare incontro e un presente pieno di possibilità da afferrare.

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