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Il sogno di Childress, allenare in Italia

Brandon e Randy Childress (Wake Forest)
Autore: Isabella Agostinelli
Data: 14 Feb, 2018

Ha passato la maggior parte della sua carriera professionistica in Italia portando ben tre squadre alla promozione a suon di canestri. Poi è tornato nella sua università, a Wake Forest, iniziando dal basso fino a diventare primo assistente di Danny Manning. Il suo obiettivo è salire ancora più in alto e attraversare di nuovo l’oceano, perchè il suo sogno è tornare nel nostro Paese per allenare e continuare ad essere “Il Professore”. Vi dice niente questo soprannome? Alla scoperta dei giocatori americani passati in Italia e ora sulle panchine dell’Ncaa, abbiamo intervistato Randolph Childress e questo è quello che ci ha raccontato della squadra, della nuova carriera e dell’emozione di allenare suo figlio Brandon.

 A Wake Forest hai iniziato dal basso, ricoprendo innanzitutto un ruolo amministrativo come assistant to athletic director per poi diventare director of players development, assistant coach e infine associate head coach. L’obiettivo è diventare head coach?
Sì. Sono pronto, ma in realtà non si è mai sicuri di quando lo si è veramente. Se si presentasse la giusta opportunità, penso che la coglierei.

Hai avuto offerte?
In realtà non sono state vere e proprie offerte, ma ho già parlato di questa eventualità con qualche squadra.

Nel caso preferiresti partire da una piccola università o da una di grande blasone?
Non penso che faccia alcuna differenza. Amo allenare e poter aiutare i ragazzi a crescere, quindi non cambierebbe molto il tipo di università o di squadra. Certo, mi piacerebbe poter continuare anche qui a Wake Forest, ma il mio sogno più grande è quello di poter tornare in Italia e allenare lì.

Dell’Italia parleremo più avanti, ma prima spiegami quali sono i tuoi compiti come associate head coach.
Mi occupo di preparare gli scout delle partite e di fare l’osservatore per la fase di recruiting. Assisto il coach e lo aiuto in tutta la preparazione agli allenamenti e alle partite, in particolare sotto alcuni aspetti. Gestisco le trasferte…insomma, è un ruolo che ricopre moltissimi aspetti soprattutto per rendere più facile la gestione della squadra al coach.

Hai potere decisionale anche sul tipo di gioco/allenamenti?
Sì, anche se poi è l’allenatore a prendere le decisioni finali. Posso suggerire di fare una sostituzione, di usare uno schema rispetto ad un altro in fase di attacco o di difesa. Decisamente ho varie responsabilità durante le partite.

Che tipo di gioco vuole coach Manning?
Il nostro gioco si basa molto sulla gestione del ritmo e coach Manning vuole che i nostri ragazzi giochino duro. Il suo motto potrebbe riassumersi in “play hard and play fast”.

Danny Manning (Wake Forest)

Danny Manning (Wake Forest)

Prima hai accennato anche al tuo ruolo nel recruiting: che tipo di giocatori cercate?
Il tipo di giocatore che preferisco è quello che alla tecnica aggiunge una grande passione. Credo che la passione sia l’elemento chiave per poter giocare a basket. Certo, come allenatore, ci sono degli aspetti tecnici e tattici che bisogna tenere in considerazione, ma senza ombra di dubbio i giocatori che preferisco sono quelli che danno tutto loro stessi in campo.

Quali consigli daresti ai giovani italiani che vogliono venire a giocare negli USA?
In realtà i giocatori europei che arrivano qui sono già molto preparati nei fondamentali, il vero ostacolo che incontrano è più sul piano fisico. Per questo, il consiglio che darei loro è quello di lavorare molto anche su questo aspetto in modo da potersi adattare con maggiore facilità al nostro basket che è molto più fisico rispetto all’Europa.

In Italia ti hanno soprannominato “il Professore”, nickname che ti è stato dall’allora viceallenatore della Sutor Montegranaro Marco Andreazza. Ti ci vedi in questa veste nei confronti dei tuoi giocatori?
(ride divertito) Sì, assolutamente. Penso che sia divertente che abbiano scelto quel soprannome per me perché insegnare è proprio il motivo per il quale alleno: fa parte del mio ruolo soprattutto quando si tratta di allenare i giovani. Insegni loro il basket e insegni loro la vita. Anzi,  insegni loro la vita attraverso il basket. Personalmente ho raggiunto un certo successo in campo e ho giocato a tutti i livelli, per questo penso di avere molto da insegnare ai miei ragazzi su come gestire il loro gioco.

C’è un consiglio che dai sempre ai tuoi ragazzi?
Divertitevi, divertitevi finché potete farlo perché il tempo passa veloce al college. Inoltre, dico loro di fare del loro meglio: penso che ognuno voglia più responsabilità all’interno della propria squadra e che ciascuno dei ragazzi punti a ricoprire un ruolo importante. Quindi il mio consiglio è: diventate la star della squadra, questo è il modo migliore per aiutare i vostri compagni quando ce n’è bisogno.

Lo scorso anno avete raggiunto il secondo turno del torneo dell’Acc e avete perso contro Kansas State nel First Four del torneo Ncaa. Qualche rimpianto? Si poteva fare qualcosa di più?
No, avevamo una squadra molto giovane, e lo siamo ancora. La scorsa stagione avevamo comunque dei giocatori molto interessanti, primo su tutti John Collins, ora agli Atlanta Hawks. Per non parlare poi dei freshman! Il nostro compito principale è quello di aiutare a crescere e a sviluppare i giovani giocatori. Qui a Wake Forest facciamo un grande lavoro sotto questo aspetto e penso che per i freshman questa sia una grande fortuna. Vogliamo preparare i nostri giocatori per il professionismo, sia che sia la NBA o l’Europa. È una sfida ma è anche la parte più bella di questo lavoro. Siamo in una conference con squadre del calibro di Duke e North Carolina e ciò fa sì che ogni anno devi misurarti sempre con i giocatori più forti. E quindi vuoi sempre essere all’altezza di questa situazione e per questo per noi è fondamentale motivare sempre i nostri ragazzi per farli giocare al massimo delle loro potenzialità e crescere al meglio. Solo in questo modo i ragazzi potranno raggiungere quel grado di sicurezza che serve per vincere un campionato.

John Collins

Quest’anno la squadra ha un bilancio negativo con 9-16 (2-9 in conference). Cosa manca rispetto alla passata stagione? 
Collins la scorsa stagione ha davvero lasciato il segno e ciò che ha mostrato in campo non ci ha affatto sorpreso: sapevamo quali fossero le sue potenzialità. Ciò che ci ha colto di sorpresa invece è stata la sua decisione di lasciarci dato che aveva ancora due anni di college. Certo, siamo molto contenti per lui, ma non posso nascondere il fatto che abbiamo avuto molte difficoltà a sostituirlo in un così breve arco di tempo. Poi anche la partenza di Dinos Mitoglou che ha firmato con il Panathinaikos ci ha lasciato scoperti. Le loro abilità come giocatori e le loro potenzialità offensive ci mancano e non siamo riusciti a colmarle in fase di recruiting. Quello che però stiamo soffrendo molto quest’anno è l’incapacità di chiudere le partite: tranne in tre occasioni, abbiamo perso le partite negli ultimi cinque minuti di gara, dopo essere stati sempre avanti. Dobbiamo assolutamente migliorare sotto questo aspetto e chiederci perché finiamo per sprecare questo vantaggio: se fossimo in grado di giocare bene per tutta la partita, il nostro record sarebbe alquanto diverso. Sono errori di gioventù che tutti gli anni devono essere risolti dato che la squadra cambia costantemente e quindi ogni stagione si presentano nuove sfide che dobbiamo affrontare.

Parliamo un po’ di te e della tua carriera. La tua maglia n.22 è stata ritirata e come giocatore per WFU hai contribuito alla vittoria della ACC nel ’95 con 37 punti, compreso il canestro decisivo. Che ricordo hai di quella storica finale contro North Carolina?
Wow! Certo che mi ricordo! In realtà ricordo tutto dei miei anni di college, i record, le squadre. Se devo essere sincero, all’inizio della mia carriera quello che mi interessava era solamente vincere, giocare al massimo e ogni volta che potevo tiravo. Poi ho capito l’importanza del gestire la palla e la squadra, ma nel periodo del college per me era fondamentale vincere e quindi tiravo sempre. Quel canestro è stato il frutto di questa strategia. Era parte del mio DNA di giocatore.

 

In quella finale fece polemica il tuo crossover ai danni di Jeff McInnis con tanto di gesto di rialzarsi. Con il senno di poi lo rifaresti?
In realtà quell’episodio deve essere guardato anche nel contesto del basket di quegli anni, dove ancora esisteva molto “trash talk” in campo e quindi quel tipo di reazione e di linguaggio era considerato quasi normale. Entrambi eravamo molto competitivi e in campo ci eravamo scambiati costantemente delle frecciatine. Quindi la mia reazione è stata frutto di quella situazione. Certo, ora guardando indietro non lo rifarei certamente e me ne pento.

 

In squadra con te c’era anche Tim Duncan, un ricordo particolare che ti lega a lui?
Sai qual è la cosa divertente? È che nessuno di noi pensava che Tim potesse arrivare così in alto e fare quello che ha poi fatto. Non aveva delle doti atletiche straordinarie, ma era uno che lavorava tantissimo, forse più di tutti qui a Wake Forest. È un giocatore molto umile che si è costruito da solo grazie al duro lavoro. Ricordo ancora quando è arrivato la prima volta: era freddissimo, nevicava e lui è arrivato senza giacca né scarpe! Sono davvero orgoglioso di aver giocato con lui e di poterlo considerare un amico.

Tim Duncan in maglia Demon Deacons

La tua carriera, sin dal college, è stata costellata da tanti infortuni: qualche rimpianto soprattutto in chiave NBA?
No, assolutamente no. Gli infortuni fanno parte del gioco e io sono assolutamente contento della mia carriera, di quello che è stata e di quello che sarà. Sono contento delle squadre per cui ho giocato e delle persone che ho potuto conoscere soprattutto in Italia. È lì che voglio tornare ed è lì che voglio continuare la mia carriera. Come professionista e da adulto ho passato più tempo in Italia che in USA ed è per questo che voglio tornare e poter portare le mie conoscenze del gioco ai miei giocatori. Davvero, non vedo l’ora che quel giorno arrivi!

Restiamo in Italia allora: tra il 2001 e il 2011, hai portato ben 3 squadre dalla A2 alla A1 (Montegranaro, Caserta e poi Varese) e a Montegranaro ti hanno addirittura fatto cittadino onorario. Ma qual è stata la promozione e la stagione più bella?
In realtà sono state tutte differenti e ognuna è stata importante e speciale per me. Quella di Montegranaro ha un sapore tutto suo, in quanto è una città piccola e nessuno si aspettava che potessimo vincere il campionato. La situazione in cui ci siamo trovati ha fatto sì che fossimo un gruppo molto unito, sia tra noi giocatori che con lo staff a partire da coach Pillastrini. È stata la mia prima vittoria nel campionato italiano e quindi ha sicuramente un sapore tutto suo. Nei tre anni che ho vissuto lì ho conosciuto molte persone e non vedo l’ora di tornarci. Con Varese abbiamo giocato una stagione fantastica e ci siamo guadagnati la promozione diretta in Serie A (anche se con qualche brivido finale). Ho ritrovato Pillastrini e non sarei potuto essere più contento. Con Caserta è stato differente: era una squadra creata per vincere e fare bene nel campionato e abbiamo giocato bene per tutto il campionato finendo in maniera anche migliore. Non potrei quindi sceglierne una, ma se devo scegliere un posto speciale, quello sarebbe Montegranaro.

 

A Scafati invece ti hanno definito “croce e delizia”. Che ricordi hai di quelle due stagioni?
A Scafati non avevo amici, ma una FAMIGLIA (dice in italiano scandendo bene la parola). Non ho rimpianti per quello che è stato. Quando penso a Scafati non penso alle incomprensioni ma solo ad una famiglia. Certo, avrei preferito che la situazione a fine stagione fosse stata differente, ma sono contento di come sia riuscito a gestire l’intera situazione che si era venuta a creare e a salutare tutti in maniera professionale. Sono solo davvero molto riconoscente per la possibilità che mi hanno dato e dell’affetto che mi hanno dimostrato.

Tuo figlio Brandon ora gioca a WFU: è difficile essere allenatore ed essere padre di un giocatore?
No, riesco bene a bilanciare i due ruoli. Quando sono a casa sono semplicemente “dad”, ma in campo sono il suo allenatore. La combinazione dei due in realtà fa sì che questa esperienza come allenatore sia davvero significativa e gratificante: vederlo crescere come uomo e come atleta è davvero stupendo.

Brandon Childress (Wake Forest)

In cosa ti assomiglia di più e che cosa invece vi rende due giocatori diversi?
Siamo entrambi molto competitivi. Lui però ha una qualità innata in più: la gentilezza. È un ragazzo davvero in gamba e sono orgoglioso di come stia crescendo. È un piacere allenarlo, anche se, come capita con gli altri giocatori, quando fa degli errori qualche volta vorrei mandarlo via (ride). Vuole imparare molto ed è davvero un piacere vederlo in campo.

Qual è il consiglio che gli hai dato come padre e come allenatore?
Ognuno di noi ha delle sue qualità. Lui non potrà mai essere come me perché siamo due persone e due giocatori diversi: non deve affannarsi per essere come me. Quindi quello che gli dico è che deve sempre essere la versione migliore di se stesso sia fuori che dentro il campo.

Grazie Randy, ti aspettiamo in Italia allora.

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