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Ettore Messina: “Ho offerte dai college, mi piacerebbe dare una mano”

Ettore Messina - photo Michele Nucci
Autore: Raffaele Fante
Data: 14 Lug, 2026

Nell’ultima parte dell’intervista, Ettore Messina ci parla dei giovani talenti che ha conosciuto da vicino a Milano e che ora si sono trasferiti nell’Ncaa, da Quinn Ellis a Luigi Suigo.

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Sarà ancora a Durham suo figlio Filippo che si sta costruendo la sua carriera nel front office di Duke e, partendo dalle sue parole, arriviamo al futuro. Che potrebbe essere in un college americano.

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A 23 anni e dopo una stagione da titolare di Eurolega, Quinn Ellis ha aperto gli occhi a tanti sulla potenza economica dell’Ncaa. Ti ha sorpreso la sua decisione di andare a St John’s e quale sarà il suo impatto al college?

Mi ha stupito nella misura in cui vedevo chiaramente che era un ragazzo destinato a diventare un giocatore importante di Eurolega nel giro di un paio d’anni. Non mi stupisce affatto che questo per lui è il modo più veloce per riavvicinarsi all’Nba, visto che non è stato scelto al Draft. Si vociferava di possibili trasferimenti verso programmi prestigiosi come Duke o St. John’s, contesti che per ragioni differenti offrono un canale ben delineato per arrivare eventualmente in NBA. Si tratta di programmi costantemente monitorati dagli scout di tutte le principali franchigie, vanno in televisione un sacco di volte e affrontano un calendario di altissimo livello. Se fai bene, hai un interesse importante da parte del mondo NBA. Lui non è stato scelto e va a giocare a New York che in questo momento è sotto i riflettori di tutto e di tutti.

Credo che farà bene, visto la maturità che ha, l’atletismo, l’esperienza visto che ha giocato una stagione in Eurolega contro avversari di altissimo livello ogni settimana. Può contare su un allenatore eccellente e su un programma in cui in questo momento sono tutti carichi come non erano da tempo. Se fa bene lì, avrà sicuramente una chance di approdare in NBA. Alla luce di questo ragionamento, capisco e mi stupisco poco.

Hai conosciuto bene anche tre ragazzi che hanno fatto parte della fortissima classe dei 2007 dell’Olimpia. L’anno scorso hanno preso strade diverse e ora si ritrovano in Ncaa. Il primo ad arrivare è stato Achille Lonati, ti aspettavi avesse così poco spazio a St. Bonaventure?

Sono tre situazioni come sai benissimo molto diverse tra loro. Lonati ha scelto un college di medio livello, dove però può migliorare e gradualmente trovare spazio. Al di là del contratto, il suo è stato il classico primo anno da freshman, quando devi guadagnarti considerazione in tutto, quando giocare è difficile, quando trovare minuti non è facile e sicuramente il secondo anno giocherà di più e potrà raccogliere un po’ di soddisfazioni. Se non fossero stati contenti, gli avrebbero fatto capire che sarebbe stato meglio cercare un’altra sistemazione. Il fatto che questo non sia accaduto dimostra che sia lo staff tecnico che Wojnarowski (il gm di St. Bonaventure) hanno fiducia in lui. Nel secondo anno si sarà rafforzato fisicamente e tecnicamente, avrà più esperienza e farà la tipica trafila del giocatore che crescerà nel college.

Luigi Suigo ci ha pensato a lungo e poi ha fatto la scelta di molti, come per esempio Dame Sarr: meglio un anno di Ncaa che una scelta al secondo giro del draft.  Quale sarà il suo impatto a Villanova e quale il suo ruolo nella nazionale?

Rispetto a Lonati, il caso di Suigo è differente. Ha fatto una scelta che lo ha portato a fare un’esperienza fuori dal suo paese, al Mega Basket dove hanno un’ottima struttura e un’ottima organizzazione e dove programmano sotto la guida di un manager esperto come Miško Ražnatović molto bene la carriera di questi giocatori, che si tratti di Nikola Jokić o di ragazzi giovani. Anziché provare a prendere una scelta non positiva al secondo giro del Draft, hanno preferito mandarlo in un eccellente programma come Villanova e metterlo alla prova in un contesto universitario.

Si potrebbe obiettare che prima era a Milano, poi in Serbia e ora cambia di nuovo…è una programmazione di carriera e comunque si è anche affidato a persone molto esperte che sapranno certamente come gestire al meglio la sua crescita.

L’ultimo è Diego Garavaglia, che invece è rimasto a lungo in dubbio tra America ed Europa: come valuti la sua scelta finale di andare a Rutgers?

Diego è esattamente la prova vivente di quello che ti dicevo prima. E’ un eccellente ragazzo, un giocatore versatile, con ampi margini di miglioramento, che ha fatto molto bene nelle nostre nazionali giovanili e a Ulm ha faticato a trovare con continuità lo spazio che un giocatore di quell’età vorrebbe avere, dovrebbe avere, ma che è difficile dargli. Non per colpa di chi lo allena, non per colpa sua, non per colpa della società, ma semplicemente per un dato di fatto. Il salto da quello che ha fatto nelle competizioni giovanili fino all’anno prima all’Eurocup e al top di una lega buona come quella tedesca è enorme. Non è colpa di nessuno, è un salto enorme.

E adesso secondo me ha fatto la scelta molto intelligente di andare al college. Con calma, farà un’esperienza di mezzo e la farà bene, e questo lo farà crescere anche perchè, ripeto, Diego è un ragazzo di estrema professionalità, è un ragazzo molto serio, a fine giugno era in palestra a faticare con il preparatore Beppe Mangone, sempre con il sorriso sulle labbra. A Rutgers troverà l’opportunità ideale e l’esperienza accumulata finora in Europa gli permetterà di avere un impatto sin dal suo primo anno.

Sono ragazzi che l’Olimpia ha cresciuto e valorizzato e poi ha perso, ed è ovviamente un tema che riguarda tutti i settori giovanili dei club europei. Anche il Barcellona ha appena perso altri due talenti cresciuti nel suo settore giovanile fino all’età di 17 anni. E’ arrivato il momento per l’Europa di fare qualcosa e proteggersi dal punto di vista contrattuale?

Non sono i singoli club, ma la politica sportiva in generale ad essere stata colta di sorpresa da questo fenomeno. Perfino il governo americano è rimasto sorpreso e tuttora non è riuscito a varare una regolamentazione efficace. Di conseguenza, è fin troppo facile puntare il dito e affermare che la Fiba, le Leghe o le singole federazioni dovevano fare questo o quello.

Siamo rimasti tanto sorpresi dal livello d’impatto che questa cosa ha assunto, soprattutto per quanto riguarda le offerte economiche, nessuno poteva pensare a una cosa del genere. Siamo rimasti sorpresi, ora se ne sta parlando più frequentemente, ma ripeto però che anche il governo americano non ha saputo dove mettere le mani, nonostante abbia questo presidente estremamente interventista. Speriamo che trovino una soluzione.

Nel frattempo, l’aspetto più importante è programmare bene il rientro di questi ragazzi in Europa. Non tutti riusciranno ad andare in NBA, se ci va il 10% è già tanto. Dobbiamo essere pronti a gestire il loro ritorno quando terminerà l’eleggibilità universitaria, ma questi ragazzi avranno fatto un’esperienza importante e sono migliorati.

Oltre ai giocatori, ci sono anche giovani che scelgono l’America per formarsi come allenatori o manager all’interno delle università. Pensiamo a Riccardo Fois o a tuo figlio Filippo, che rimarrà a Duke. Tu che hai frequentato spesso l’ambiente di Duke e conosci bene Jon Scheyer, che tipo di realtà hai trovato a Durham e che impressione ti ha fatto il loro capo allenatore?

Ci tengo a dire che mio figlio Filippo non vuole fare l’allenatore, ma un’altra carriera nel front office. È molto felice di collaborare con la squadra, ma si occupa molto di scouting internazionale e di tutta quella parte. E io sono felice di questa sua scelta, così può essere indipendente e autonomo in quello che fa, altrimenti c’è sempre il rischio di essere ‘figlio di’. Tutto quello che si sta guadagnando, se lo sta guadagnando da solo.

Filippo Messina in allenamento con Jared McCain

Filippo Messina in allenamento con Jared McCain

Jon Scheyer è una persona di ottimo livello. Io l’ho conosciuto e ho sviluppato, credo, un’ottima amicizia grazie a Quin Snyder che era stato allenato da Scheyer quando era associate coach di Coach K. Hanno mantenuto un legame fortissimo e una profonda amicizia. È stato proprio Quin a cambiare un po’ il progetto per Filippo, che inizialmente si stava orientando verso Davidson o Virginia per i suoi studi universitari. Quando si è aperta questa opportunità, siamo andati a visitare il campus di Duke e Filippo ha avuto un colloquio con Scheyer.

Jon è perfettamente in linea con le esigenze del basket moderno: ha una grande energia ed è estremamente competente sia dal punto di vista tecnico che tattico. Durante le partite ha una notevole capacità di chiamare i giochi e di leggere le situazioni in corsa, senza chiamare timeout. È estremamente comunicativo ed estremamente rapido nel prendere le decisioni. Le soluzioni che propone all’uscita dai time-out sono molto spesso efficienti e molto spesso interessanti, che si tratti di schemi per i tiratori o per il giocatore migliore che ha in campo.

Duke - Scheyer

E ha una bella capacità di comunicare con i ragazzi, non soltanto per l’età ma perchè gli viene naturale. È riuscito a sviluppare un suo metodo di lavoro che è diverso da quello di Coach K, pur mantenendo un legame ideale importantissimo, essendo stato per molti anni sia un suo giocatore che un suo assistente. L’impronta attuale del programma è autonoma, è sua. Ha già perso due assistenti che sono diventati head coach in altre università, e questo la dice lunga sull’impatto che ha avuto.

Ha discusso fino a pochi giorni fa la possibilità di andare a Dallas, dove avrebbe ritrovato Cooper Flagg, Derek Lively, ecc. Se un dirigente del calibro di Masai Ujiri cerca di prenderlo, vuole dire che c’è già un’enorme considerazione all’interno della NBA. Jon ha una bellissima presenza in campo ed è destinato a una carriera enorme, sia che scelga di restare per 20 anni a Duke, sia che decida di compiere il salto tra i professionisti. Può permettersi di attendere la squadra migliore, se vorrà fare il salto in Nba, anche perchè é in un programma tra i primi tre a livello nazionale, non solo per i giocatori che arrivano ogni anno ma per l’organizzazione e la fan base. Poi son due anni di fila che dopo aver avuto una grandissima stagione, non sono riusciti a concretizzare e vincere il titolo, che era alla loro portata. Ma questo, nel bene e nel male, è il fascino del college basket.

Devi una risposta a tuo figlio Filippo, che l’anno scorso ci aveva detto sorridendo che sei ormai “troppo vecchio” per allenare in NCAA.

Filippo ha ragione, sicuramente (ride). Avrei dovuto farlo tanti anni fa e sarebbe stata una bella esperienza. Ricordo che quando facevo l’assistente di Sandro Gamba, nel periodo in cui lasciò la guida della Nazionale maggiore prima di trasferirsi a Bologna, aveva ricevuto un’offerta per andare ad allenare un college. Ricordo che ci aveva pensato molto, lo avevo proprio percepito da fuori. Ripensandoci, quelle sono bellissime opportunità.

Non è un mistero che tu guardi con grande interesse a questo mondo e hai ricevuto proposte da alcune università americane di recente. Quanto ti affascina l’idea di un’esperienza negli Stati Uniti e quanto è concreta questa possibilità?

Non ho ricevuto offerte per allenare al college ma per dare una mano, che è diverso. Potrebbe essere una cosa molto interessante e mi piacerebbe farlo. Sinceramente non mi sono chiarito le idee, tu dirai ‘sei un po’ lento’ e hai ragione (ride), però voglio prendermi il tempo necessario per cercare di fare la scelta migliore.