Dalla Serie A2 italiana alla Coastal Athletic Association con la maglia dei Charleston Cougars. Nicolò Virginio, ala classe 2003 nato e cresciuto a Varese, ha deciso di sfruttare il suo ultimo anno di eleggibilità NCAA per misurarsi con il basket statunitense. Dalla scelta di Charleston alla voglia di “mettere su chilometri” per crescere come atleta e come uomo, l’ex Pesaro ci racconta il suo “sogno americano”.
Il tuo contratto a Pesaro prevedeva una clausola di uscita per la NCAA. Da quanto tempo cullavi “il sogno americano” e perché hai deciso di compiere il grande passo proprio quest’anno?
L‘idea di trasferirmi negli Stati Uniti era già viva lo scoro anno, ancora prima di firmare per Pesaro. Sapevo di avere delle possibilità concrete oltreoceano. Dopo una stagione molto intensa alla VL ho capito che era il momento giusto per tentare. Quando è arrivata la proposta di Charleston non ho potuto rifiutare, anche perché questo è il mio ultimo anno di eleggibilità per il basket universitario.
Hai avuto modo di confrontarti con qualcuno che avesse già vissuto il percorso del college basket?
Certamente. Ho parlato a lungo con Davide Moretti, che ha un passato a Pesaro e mi ha descritto l’esperienza collegiale in termini entusiastici. Inoltre, essendo cresciuto nel vivaio di Varese, sono sempre stato circondato da professionisti americani che ricordavano con nostalgia e orgoglio i loro anni in NCAA. I loro racconti sono stati determinanti in questa scelta.
Avevi due proposte sul tavolo. Cosa ti ha convinto a scegliere proprio Charleston?
La chiarezza degli obiettivi: puntano con decisione a vincere la Conference. Cercavo una realtà che mi garantisse un ruolo attivo e un minutaggio significativo, ma a fare davvero la differenza è stato l’aspetto umano. Il colloquio con il coach e il resto dello staff ha cancellato ogni mio dubbio: mi hanno trasmesso una fiducia immediata.
Il nuovo allenatore John Groce è un nome di rilievo nel panorama del college basket con un record di più di 300 vittorie. Che impressione ti ha fatto e cosa ti ha colpito di più del suo approccio?
Coach Groce viene da una stagione straordinaria ad Akron (qualificata al Torneo NCAA per la terza volta in tre anni, ndr) e la prima impressione è stata eccellente. Durante il periodo di attesa per il visto, si è fatto sentire costantemente, interessandosi a me non solo come atleta, ma come persona. È un dettaglio che apprezzo molto. Mi ha conquistato la sua mentalità vincente: la sua costante ricerca del miglioramento, sia tecnico che caratteriale, è estremamente stimolante.

Il suo sistema di gioco prevede una difesa aggressiva e schemi offensivi molto strutturati. Come si sposa il tuo stile di gioco con questa visione?
Abbiamo discusso a lungo della sua idea di basket versatile, basata su giocatori capaci di ricoprire più ruoli e compiti. Io mi considero un elemento che ama i ritmi alti e l’intensità; sento che il sistema di Groce sia perfettamente nelle mie corde. Questa affinità tattica è stata uno dei motivi principali della mia firma.
Il roster di Charleston è profondo e competitivo. Avete già definito il tuo ruolo nelle rotazioni?
Il coach è stato molto chiaro: la rotazione principale sarà ristretta a otto giocatori e io farò parte di questo gruppo. All’interno di questo nucleo, la gerarchia per il quintetto titolare e la distribuzione dei minuti dipenderanno esclusivamente dal mio rendimento quotidiano in allenamento e in partita. La competizione interna sarà uno stimolo costante.
Quali sono gli obiettivi della squadra?
Senza giri di parole: la squadra è stata costruita per vincere la conference. È un traguardo ambizioso, ma sappiamo di avere le carte in regola per raggiungerlo.
E invece quali sono i tuoi personali in questo anno in NCAA?
Come si suol dire, voglio mettere su tanti chilometri. Giocare al college è un’esperienza che ti fa crescere a 360 gradi sia sul piano fisico che tecnico. Non posso che migliorare. Sono veramente curioso di confrontarmi con questa nuova realtà.
Il basket statunitense è molto più fisico ed intenso rispetto a quello europeo: su cosa pensi dovrai lavorare?
Il confronto fisico non mi spaventa, anzi, lo vedo come il passaggio necessario per evolvere. Credo sarà soprattutto una sfida di adattamento tattico e di rapidità d’esecuzione, ma sono pronto a mettermi in gioco.
Vieni da una stagione positiva a Pesaro, che è culminata anche in una convocazione a un raduno della nazionale maggiore. Cosa porti in USA di queste esperienze?
Mi porto dietro tutto! I momenti belli ma soprattutto quelli di difficoltà; per assurdo sono proprio quelli che un domani ti aiutano molto a migliorare. Aver giocato in una piazza come questa con grandi ambizioni, mi ha decisamente forgiato e mi ha insegnato a gestire meglio la pressione.
Cosa pensi di poter offrire tecnicamente alla tua nuova squadra?
La mia esperienza sicuramente; tra serie A1 e serie A2 ho avuto modo di misurarmi con livelli molto alti di basket. E poi sono un giocatore versatile e credo di poter dare un grande aiuto su entrambi i lati del campo.
Parliamo di NIL, che peso ha avuto nel tuo recruiting l’aspetto economico?
Sarei ipocrita a dire che non ha contato nulla. Per me il basket è una passione, ma anche un lavoro. Tuttavia, il motore principale è stata la voglia di vivere un’esperienza di vita unica e di misurarmi con un sistema d’eccellenza. Il lato economico è una conseguenza gratificante, ma non il fine ultimo.
Ettore Messina in un’intervista ha dichiarato che secondo lui l’esperienza al college per i giovani italiani è una grande possibilità di crescita per ambire alla serie A italiana e all’Eurolega. Hai già pensato al post college?
Sinceramente, non ci ho ancora pensato (ride, ndr). Preferisco vivere il presente. Ora la mia priorità è crescere come uomo e come atleta a Charleston. Se questo percorso mi aprirà le porte dell’Eurolega o del massimo campionato italiano, ne sarò felice, ma fare progetti a lungo termine ora avrebbe poco senso.
Secondo te fanno bene i giovani italiani ad andare a giocare al college?
Fanno bene, ma bisogna analizzare il fenomeno. Se i club italiani offrissero più spazio e fiducia ai giovani, probabilmente molti resterebbero. Ma non si può pretendere neppure che il minutaggio sia un atto dovuto: va guadagnato sul campo. Gli USA offrono un pacchetto con studio, sport ad alto livello e contratti, che in Italia è quasi impossibile da replicare. È un’opportunità difficile da declinare.
