E’ stata la squadra più forte a livello giovanile vista negli ultimi due anni chiusi con due scudetti, e da quella Olimpia Milano U19 passano parecchie delle fortune future della nazionale italiana. C’è chi ha scelto di rimanere in Europa – come Diego Garavaglia all’Ulm e Luigi Suigo al Mega Belgrado – e c’è chi ha deciso di andare in Ncaa come Achille Lonati e Leonardo Van Elwsyk.
Abbiamo intervistato proprio il lungo italo-canadese, sbarcato a Colorado dopo esser stato corteggiato anche dalla St Bonaventure che ha reclutato appunto Lonati (e Andrew Osasuyi), partendo dalla sua infanzia in giro per il mondo passando per la sua crescita nelle giovanili di Milano e Badalona fino all’approdo in America in una delle conference più complesse della Division I come la Big12. Quest’anno sta vivendo una stagione da redshirt, ma dall’anno prossimo ha intenzione di prendersi spazio e minuti con i Buffaloes.
Sei nato a Londra, cresciuto in Abruzzo, poi Canada e Spagna, per finire a Milano. Girare il mondo è nel tuo Dna: raccontaci la tua infanzia.
Sono nato in Inghilterra, a Londra, il 25 febbraio 2006, quindi ho avuto un’infanzia internazionale. Poco dopo la mia nascita, mio padre è andato a giocare in Italia e ci siamo trasferiti a Pescara per quattro anni. Da lì ci siamo spostati a Toronto, in Canada, per il suo lavoro, e lì ho trascorso la maggior parte della mia infanzia, circa dieci anni. Poi è arrivata la chiamata del Badalona, in Spagna, per giocare a basket: ho fatto la scelta, non facile, di tornare in Europa e lasciare mio padre in Canada per inseguire questo sogno. In seguito è arrivata l’Olimpia Milano, dove ho vissuto due anni, e infine il Colorado, dove mi trovo ora. Mi sento sicuramente a casa in Italia, ma per me “casa” non è un posto fisico: è ovunque si trovi la mia famiglia.
Dal punto di vista cestistico hai un “genitore” spagnolo, la Joventut Badalona, e uno italiano, l’Olimpia Milano. Cosa ti hanno dato queste due scuole?
Cestisticamente non potevo desiderare di meglio per la mia formazione. Ho imparato tantissimo in entrambi i posti e l’elenco delle cose che mi porto dietro sarebbe infinito. In realtà, non vedo enormi differenze tra la scuola italiana e quella spagnola: sono molto simili e, ovviamente, di altissimo livello.
Con Milano hai vinto due scudetti in una squadra piena di talento. Ora tu e Achille Lonati avete preso una strada, Suigo e Garavaglia un’altra, Mattia Ceccato è rimasto all’Olimpia. Pensi che vi ritroverete tutti in America?
C’è questa possibilità, anche se ognuno ha il suo percorso. Diego è a Ulm e Suigo al Mega: loro sono ancora in Europa. Suigo punta al Draft per l’anno prossimo, quindi potrebbe arrivare presto. Di Ceccato e Diego non so ancora se abbiano intenzione di venire negli Stati Uniti, ma sono sicuro che in un modo o nell’altro ci ritroveremo. Siamo molto legati, sia come giocatori che come persone. È un argomento di cui parlavamo già nello spogliatoio dell’Olimpia: eravamo tutti talenti ambiziosi e l’idea dell’America è nata quasi spontaneamente nell’ultimo anno.
Tuo padre ha giocato a South Carolina e Stanford. Che peso ha avuto nella tua scelta di andare in NCAA?
Mio padre è stato fondamentale: avendo vissuto questa esperienza in prima persona, mi ha dato i consigli giusti su come valutare la qualità dei programmi e capire cosa servisse davvero al mio percorso. Grazie al suo aiuto sono convinto di aver fatto la scelta migliore per me.
🇮🇹 Leonardo Van Elswyk has committed to Colorado. The 7-2 big man chose to play in Big 12 next season.
Represented by the NIL section of Tangram Sports, this season Van Elswyk has played with Olimpia Milano and Oleggio and is currently at the Italian Under-20 national team… pic.twitter.com/O2Jb5ysNGr
— Alessandro Luigi Maggi (@AlessandroMagg4) June 26, 2025
Com’è stato il processo di recruiting e, oltre a Colorado, avevi altre offerte?
È stato un periodo molto intenso, fatto di colloqui con diversi allenatori. Alla fine, confrontandomi con la mia famiglia, mio padre e il mio agente, ho preso la mia decisione. C’erano altre scuole interessate, tra cui St Bonaventure; non è stato facile dire di no alla possibilità di giocare con Achille ma alla fine la Big 12 è la Big 12.
Chi o cosa ti ha convinto a scegliere Colorado?
La visita al campus è stata bellissima. Mi hanno mostrato tutto, ho parlato a lungo con il coach e lo staff. Avevo già un’idea di ciò che cercavo ma, dopo aver conosciuto i coach e ascoltato il loro progetto su di me, sono rimasto impressionato. Ho capito che questo era il posto giusto per raggiungere i miei obiettivi.
Cosa cercavi nei college che ti offrivano un posto?
Per me la cosa più importante era il rapporto con l’allenatore. Cercavo un coach che fosse eccellente dal punto di vista umano. Non volevo che il basket fosse solo un lavoro; volevo una relazione vera, non transazionale. Volevo che svegliarmi ogni giorno per andare in campo fosse un piacere, nonostante la pressione e l’impegno richiesti.
Da qui Ted Boyle sembra un coach “old school”: è da 15 anni sulla panchina dei Buffaloes, usa poco il transfer portal e crede nello sviluppo anno dopo anno dei giocatori che lui recluta. Che impressione ti ha fatto?
Coach Boyle e il suo staff sono andati oltre le mie aspettative. Sono bravissimi sia umanamente che tecnicamente. In allenamento e in partita il coach è molto serio e severo, ma ha la mentalità giusta: è un vincente nato, un competitore massimo, e cerca di trasmetterci questo spirito ogni giorno.
Raccontaci della decisione di fare un anno da redshirt. È stata una richiesta della squadra o tua?
È stata una decisione condivisa tra me e lo staff. Sono arrivato a Colorado con un peso troppo leggero per l’impatto fisico della Big 12. Per evitare infortuni e performare al meglio, mi hanno suggerito un programma fisico personalizzato con il nostro strength coach Steve, che ha già ottenuto grandi risultati con altri giocatori. Ho voluto approfittare di questa opportunità, convinto che mi tornerà utile nel lungo periodo.
Come si vive una stagione da redshirt?
Non è facile. Seguo un programma personalizzato con allenamenti extra e pesi ogni singolo giorno. La voglia di scendere in campo è costante, anche perché sento di poter dare un contributo, ma faccio tutto con il team: mi alleno con loro e vado in trasferta. Mi manca solo lo step della partita, ma mi ripeto sempre: “Trust the process”. Resto a testa bassa, lavoro sodo e intanto porto avanti gli studi. Mi sto specializzando in pre-business per entrare nella Business School.

Fai parte dello scout team. Quanto è utile per il tuo sviluppo?
È una delle attività più utili, non giocando le partite ufficiali. Mi permette di misurarmi seriamente contro i miei compagni e di crescere tatticamente in un modo che la sala pesi non può offrire. Studiando i lunghi avversari e i loro schemi, imparo tantissimo. Ad esempio, mi ha impressionato JT Toppin di Texas Tech: ha una mano sinistra incredibile. Per marcarlo ho dovuto studiare i suoi movimenti e questo mi ha spinto a lavorare molto di più sul mio tocco con la sinistra. Molti lunghi nella Big 12 giocano solo sopra al ferro, ma studiarli mi aiuta a migliorare quegli aspetti in cui non sono ancora al loro livello.
Sei un 2.15 con una buona mano. Su cosa devi migliorare?
Attualmente il focus è sul fisico, ma sento di migliorare costantemente in ogni allenamento. Se devo indicare un aspetto tecnico, direi il palleggio: vorrei renderlo più stretto e sicuro, ma sono sulla strada giusta.
Su Instagram, Suigo ha commentato una tua foto scrivendo: “I bufali e le tigri vanno d’accordo?”. La tigre saresti tu?
Sì, sarò sempre la tigre! È un soprannome che mi hanno dato a Milano e ormai fa parte della mia identità.
Strisce di vittorie ad inizio stagione, periodo più complicato in Big 12 ma siete in lotta per un posto alla Madness. Come sta andando la stagione?
La Big 12 è probabilmente la conference più competitiva d’America. Fisicamente è una battaglia ogni sera, non esistono partite scontate. Rispetto ad altri team noi siamo molto giovani; dobbiamo solo continuare a lavorare per trovare l’alchimia giusta. Con la fiducia reciproca tra compagni e coach, i risultati arriveranno. Al momento stiamo lavorando tantissimo sulla difesa e sui rimbalzi. Quando siamo tutti e cinque concentrati sulla fase difensiva, siamo tra i più forti della conference. Il problema è la continuità; se miglioriamo questo aspetto, possiamo farcela.
Parlaci di Isaiah Johnson, sta diventando uno dei giocatori più interessanti della nazione.
Isaiah è il mio compagno di stanza e andiamo molto d’accordo. È estremamente maturo per la sua età, è la definizione di fearless competitor: non gli importa chi ha davanti, gioca la sua partita con una qualità immensa. Fuori dal campo è una persona bravissima, calmo e molto umile.
Another big game from Colorado freshman Isaiah Johnson against Iowa State. Johnson plays with a ton of creativity and composure. He continued to showcase his offensive and scoring versatility. He has an awesome understanding of angles and plays with way more physicality than his… pic.twitter.com/QDAld4ZcB2
— Tyler Metcalf (@tmetcalf11) January 30, 2026
Com’è vivere a Boulder, tra le Montagne Rocciose?
Boulder è bellissima, ha uno scenario mozzafiato con le montagne che circondano il campus. Vivere in mezzo alla natura è stupendo, a volte si vedono persino gli animali girare per il campus. Le persone sono molto socievoli e amichevoli: si vive davvero bene qui, è stata una gran scelta.
Chi ti ha impressionato di più nella Big 12?
Come squadra direi Iowa State. Come singoli, abbiamo affrontato AJ Dybantsa e Darryn Peterson, che saranno tra le prime scelte al Draft. Vedere giocatori di quel livello ogni sera è un’esperienza incredibile. Se fossi un GM NBA, sceglierei Dybantsa alla numero uno: ha un tocco e un’intelligenza cestistica fuori dal comune.
Segui gli altri italiani in NCAA?
Sì, cerco di seguirli tutti sui social. Seguo molto Achille (Lonati) essendo mio amico, e di conseguenza anche Osasuyi che gioca con lui. Stanno facendo tutti bene e sono felice per loro.
Dove ti vedi alla fine della tua esperienza in NCAA?
Punto in alto. Il mio obiettivo è diventare un professionista in NBA o in Eurolega. Per l’anno prossimo, il traguardo è giocare il più possibile e dimostrare sul campo tutto il lavoro che sto facendo quest’anno nell’ombra.
