Possono esserci più itinerari per affrontare un viaggio. L’obiettivo per Imran Suljanovic è il professionismo, per la St John’s di Rick Pitino invece è il titolo nazionale. I primi mesi, però, non sono andati nel verso giusto sia per l’austriaco ex Reggio Emilia, ai box per tutta la stagione a causa di un infortunio al ginocchio, che per la squadra di Pitino che ha avuto una partenza lenta con alcune sconfitte in una schedule molto difficile.
Le cose non sono cambiate per Suljanovic che ora prosegue il suo processo di riabilitazione, sono cambiate eccome per St John’s che è riuscita a trovare il modo per esprimere tutto il suo talento, prendendosi il primo posto nella Big East con una striscia aperta di 13 vittorie consecutive.
Ci eravamo sentiti in estate con progetti ben diversi e poi è arrivato l’infortunio. Cos’è successo e come stai adesso?
Quest’estate ho avuto due infortuni. La prima volta è stata a fine luglio, mi è uscita la rotula del ginocchio. Durante l’allenamento sono stato fermo due mesi, fino a ottobre. A ottobre ho iniziato ad allenarmi e mi sono allenato per due settimane circa. Poi è successa la stessa cosa, è uscita di nuovo la rotula. Ma la seconda volta era un po’ più grave, quindi mi sono rotto un legamento nel ginocchio e dovevo operarlo. Adesso sono fuori per tutta la stagione, sono al quarto mese. La riabilitazione è un po’ lenta, però si lavora tutti i giorni. Sto facendo tanto lavoro di forza per rinforzare la gamba e il ginocchio. Sto iniziando un po’ a correre e a tirare.
Come si approccia una stagione stando fermo?
Un infortunio così è un po’ difficile perché all’inizio soprattutto è un processo un po’ lento. Non puoi fare tanto, soprattutto dopo l’operazione. E’ stato un po’ difficile nei primi due mesi, ma poi devi fare tanto lavoro da solo. Provo a fare tanto in palestra e tiro tutti i giorni. Vado a tirare in palestra con dei compagni. Sono parte della squadra, però sono sempre lì a fare tutti i film session, gli allenamenti. Io sono lì tutti i giorni, solo che non metto la canotta.

Com’è stato invece l’ambientamento a New York e nel campus?
New York è una città pazzesca. Anche St. John’s è un’università molto, molto grossa e anche conosciuta nel basket. Era molto bello allenarsi, avere un allenatore come Pitino e giocare contro dei giocatori forti come i miei compagni.
St. John’s é partita molto alta nel ranking ma l’inizio è stato un po’ complicato, soprattutto a Las Vegas.
Si sono sentite sicuramente delle difficoltà con la chimica, soprattutto perché avevamo dieci giocatori nuovi. Ma io sapevo già dall’inizio che saremmo diventati una squadra forte perché abbiamo tanto talento e giocavamo contro dei giocatori forti. Era solo una questione di tempo per vedere quando avremmo trovato la chimica tra di noi. Direi che adesso l’abbiamo trovata.
A inizio anno avete affrontato Alabama, Iowa State, il viaggio a Las Vegas, poi siete andati a Kentucky a giocare una partita importantissima per il coach. Cosa avete imparato da quelle sconfitte?
Sicuramente una cosa che non ci è andata bene in quelle partite è che non abbiamo giocato tutti i 40 minuti. Intendo che in alcune partite abbiamo giocato il primo tempo molto bene, poi nel secondo no. In altre abbiamo iniziato malissimo e poi nel secondo tempo abbiamo giocato meglio. Direi che adesso abbiamo un po’ trovato quella balance tra i due tempi per giocare bene tutti i 40 minuti.
Di queste squadre chi ti ha impressionato?
Direi Alabama. Adesso anche loro sono un po’ in difficoltà, ma all’inizio dell’anno era una squadra che giocava molto veloce, con delle partite dove tirano 40-50 volte da tre, quindi era molto impressionante.
Com’è stata la parentesi di Las Vegas, una settimana in cui c’era mezzo mondo del college basketball nella stessa città?
In quella settimana lì c’era anche la Formula 1. Poi Las Vegas è sempre molto piena di gente. Era una settimana difficile perché avevamo tre partite in tre giorni, quindi tanti allenamenti, tanti film session. Non c’era tanto tempo libero, guardavamo spesso le partite degli altri, anche perché non sapevamo con chi avremmo giocato nell’ultima partita. È stato più difficile per gli allenatori che dovevano preparare film e clip per noi. Poi abbiamo perso due partite, coach Pitino era un po’ arrabbiato, c’era tanto stress. Non è molto contento dopo le sconfitte. Si fa sentire.
La Big East invece ha visto un cambio di approccio e al momento siete in testa con 15-1 dopo aver battuto anche UConn. Avete cambiato qualcosa oppure è solo migliorata la chimica?
Sì, all’inizio della Big East abbiamo vinto le prime due partite ma poi si sono ancora visti un po’ gli stessi problemi di chimica, i problemi di non giocare tutti i 40 minuti. Abbiamo sempre avuto periodi in partita dove abbiamo giocato malissimo o non abbiamo difeso. Dopo quella sconfitta contro Providence, abbiamo capito che non si può continuare così. Dopo quella partita tutti sono diventati un po’ più seri perché l’obiettivo qua è vincere il titolo nazionale quindi delle partite così non si possono perdere. La partita con Providence ha svoltato un po’ tutto, dopo quella partita si sono svegliati un po’ tutti.
E infatti poi non avete più perso, che squadra siete ora?
Sicuramente una squadra molto forte. Abbiamo anche delle difficoltà in qualche area ma è una squadra che può andare molto lontano soprattutto con la difesa e con le possibilità che abbiamo con tutti i giocatori lunghi e atletici. A volte abbiamo delle difficoltà di spacing o altre cose, ma siamo una squadra in cui la difesa è la cosa più importante e si vede anche durante le partite. Con tutto il pressing possiamo andare molto lontano.
Quali sono le aree su cui cercate di migliorare?
Adesso sicuramente la difesa in transizione che è molto difficile anche perché le squadre in Big East giocano in un tempo molto veloce. Stoppare gli avversari in contropiede e il pressing ci lavoriamo tanto e tutto altro è scouting.
Cosa pensi di UConn dopo averla affrontata?
È una squadra molto forte anche se prima di noi avevano una striscia consecutiva di vittorie di 19 partite. Il piano era mettere pressione e far fare tante palle perse. Alla fine il loro play DeMary aveva 9 palle perse, si vede che per tutta la partita abbiamo pressato su tutto il campo perché loro sono una squadra che ha tanti giochi in attacco, sono molto bravi a eseguire i giochi, a trovare l’uomo libero, quindi la prima idea era mettergli tanta pressione e non fargli fare il loro attacco.
Ci hai detto che l’obiettivo è il titolo nazionale, state seguendo le vostre rivali come Michigan, Duke e Arizona?
Sì, ci parliamo sicuramente a volte in spogliatoio, ma adesso tutti sono concentrati sulle partite che verranno adesso e nessuno guarda nel futuro, troppo nel futuro. Probabilmente quella che mi ha impressionato di più è Michigan, hanno tanti lunghi, sono molto fisici. Credo che le più forti sono Michigan, UConn e Arizona.
Dall’altra parte degli Stati Uniti tuo fratello Omer sta giocando a UC Davis. Lo stai seguendo e vi scambiate consigli di gioco?
Non ho ancora perso una delle sue partite, me le guardo tutte. Lui non ha niente da guardare perché non gioco ma io, quando guardo le sue partite, provo a dargli qualche consiglio. Poi io quando guardo le sue partite sono più nervoso che quando gioco io.
Raccontaci un po’ dell’atmosfera di New york, com’è entrare al Madison Square Garden?
Il Madison Square Garden è sicuramente una delle palestre più belle in cui ho mai giocato. È pazzesco sicuramente. Per esempio nella partita contro UConn c’era l’atmosfera più bella che ho mai visto. Era esaurito, c’erano 20.000 tifosi, una delle cose più belle che ho vissuto nella mia vita. Lo spogliatoio è lo stesso dei Knicks, tutto brandizzato St. John’s, tutto rosso. Fuori dal Madison Square Garden ci sono dei poster enormi con noi giocatori, c’è anche il mio con l’Empire State Building sullo sfondo. È molto bello.
Qual è il rapporto con la student section?
Sono tanti, sono pazzi. Non è una delle più grandi della Big East, quella di Villanova è molto grande e in generale ho visto Kansas contro Arizona ed è stato molto bello.
E chiudiamo con le tue ambizioni. Qual è la schedule del tuo ritorno e dove ti vedi alla fine della tua esperienza in NCAA?
Per adesso l’obiettivo è tornare in campo verso maggio o inizio giugno. Quando torno, l’obiettivo è allenarmi e prepararmi per la prossima stagione. L’obiettivo per me è l’NBA, ma non ho fretta. Succederà quello che succederà. Il mio obiettivo è diventare il giocatore più forte possibile. Bisogna solo lavorare.
