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Daniel Emokhare, da Reggio a Niagara: “Il college il mio sogno. Ora voglio conquistarmi il campo”

Daniel Emokhare

Quando Rick Pitino lo ha visto giocare, Daniel Emokhare non sapeva nemmeno che fosse in tribuna. È stato suo padre, dopo la partita, a raccontargli che quel coach aveva parlato di lui. Oggi il basket americano non è più una presenza inattesa a bordo campo: è la normalità. Nato a Ferrara e cresciuto a Reggio Emilia, il lungo italo-nigeriano classe 2007 ha portato i suoi 208 centimetri a Niagara, nella squadra più italiana dell’NCAA, visto che con i Purple Eagles giocano anche Samuele Miccoli e Brian Angeletti. Alle spalle, il vivaio biancorosso e gli allenamenti con la Serie A. Davanti, minuti da conquistare: 13 quelli giocati all’esordio contro una West Virginia troppo più forte. Le strutture del campus lo hanno già convinto; sul cibo, invece, l’Italia continua a vincere senza partita.

Partiamo da casa: Ferrara, poi Reggio Emilia. Quando è entrato il basket nella tua vita?

Sono nato a Ferrara e dopo un paio d’anni la mia famiglia si è trasferita a Reggio Emilia. È lì che ho iniziato a giocare, nella Pallacanestro Reggiana. Già da bambino ero alto e seguivo molto l’NBA: mi sono avvicinato al basket anche per questo.

Se ripensi agli anni nel settore giovanile biancorosso, quale immagine ti torna in mente?

Uno dei ricordi più belli è una partita verso la fine della stagione: a guardarci c’era Rick Pitino. Non sapevo che fosse presente e non sapevo nemmeno chi fosse. Dopo la gara mio padre mi ha raccontato che quel coach aveva parlato di me. Avevo giocato una buona partita. Ma di quel percorso mi porto dietro tante cose, anche fuori dal campo: ho imparato a stare in un gruppo e ad affrontare certe avversità della vita.

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Poi sono arrivati gli allenamenti con la prima squadra di coach Priftis. Che effetto faceva ritrovarsi contro Barford, Thor ed Echenique?

È stata un’esperienza incredibile, unica per me. Avevo sempre desiderato allenarmi con loro. L’intensità è veramente alta e ogni cosa richiede un’attenzione maggiore. All’inizio era tutto difficile: ero molto in ansia e sentivo tanta pressione. Con il tempo, però, ho cominciato a capire meglio. Confrontarmi con quei giocatori mi ha fatto crescere

In Serie A soprattutto panchina, in Next Gen Cup la possibilità di giocare. Come hai vissuto queste due dimensioni?

Gli allenamenti con la Serie A sono molto più fisici e strutturati. La Next Gen Cup è stata fondamentale perché mi permetteva di mettere in pratica quello che imparavo durante la settimana, prendermi responsabilità e ritrovare il ritmo partita. La panchina in campionato non l’ho vissuta come un peso, ma come uno stimolo: dovevo farmi trovare pronto se il coach mi avesse chiamato.

Con la Youth Basketball Champions League hai assaggiato anche il basket internazionale. Che cosa ti è rimasto di quell’esperienza?

È stata una delle esperienze più belle che abbia vissuto. Era il mio primo viaggio fuori dall’Italia e farlo con la squadra ha reso tutto ancora più bello. Il livello era alto, ci trattavano da professionisti. Abbiamo affrontato squadre molto forti, ma abbiamo comunque provato a giocarcela.

Quando hai deciso che volevi provare la strada del college?

È stata una scelta mia: ho sempre sognato di giocare in un college americano. Già durante la stagione a Reggio Emilia seguivo molto il basket universitario e c’erano tanti giocatori ai quali mi ispiravo

Perché proprio Niagara? C’erano altre possibilità?

Ho scelto Niagara per il programma che avevano in mente per me. Fin dall’inizio hanno mostrato molto interesse. Mi piace anche il posto, vicino alle cascate. Avevo ricevuto proposte anche da St. John’s, Virginia Military, Ohio e UT Arlington

Coach Paulus ha sottolineato soprattutto il tuo atletismo, l’energia e la capacità di incidere vicino a canestro. Ti riconosci?

Sì, sono d’accordo con lui. Penso di essere un giocatore molto fisico, che porta energia alla squadra. Posso dare una mano con i rimbalzi, la difesa dentro l’area, le stoppate e il gioco spalle a canestro

A Niagara ci sono anche Samuele Miccoli e Brian Angeletti. Vi conoscevate già?

Non li conoscevo personalmente. Contro Brian avevo già giocato, quindi sapevo chi fosse. Tra noi si è creato un buon rapporto: ci aiutiamo a vicenda e ci vediamo spesso durante la giornata

Qual è la cosa alla quale ti stai abituando più in fretta? E su che cosa devi ancora lavorare?

Il basket americano richiede un’intensità e una velocità di pensiero completamente diverse. Gli spazi sono enormi, si gioca molto sull’atletismo e bisogna prendere decisioni in pochi secondi. Sto cercando soprattutto di migliorare il tiro e di capire al meglio i nuovi schemi

Con i tuoi 208 centimetri, è cambiato qualcosa nel modo di stare sotto canestro? 

Il mio ruolo non è cambiato molto: gioco sempre vicino al canestro. Qui non mi hanno descritto come sottodimensionato, anche se in America trovo molti giocatori più alti di me

Fuori dal campo, che cosa ti manca dell’Italia e che cosa ti ha conquistato dell’America?

Il cibo è la cosa che mi manca di più in assoluto, inutile negarlo. La nostra cucina è di un altro pianeta e la nostalgia dei piatti tipici si fa sentire. Il campus, invece, mi ha davvero stupito: le strutture sono pazzesche, il campo e lo spogliatoio sembrano quelli dei professionisti. E le persone sono molto disponibili e accoglienti

Se ci risentiamo tra un anno, che cosa vorresti poter raccontare?

Vorrei aver acquisito la consapevolezza di poter stare a questo livello, aver aiutato la squadra a vincere più partite possibile ed essermi conquistato la piena fiducia dei compagni e dello staff. E soprattutto vorrei essere in campo

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